La rivoluzione cerebrale: i geniali sociopatici

Diverse serie TV, accanto alla figura sempre più preponderante dell’antieroe, hanno creato i loro plot attorno a personaggi socialmente incapaci, inetti, goffi, o, al contrario, fieri della loro asocialità e contraddistinti dalle elevate capacità intellettuali. Sherlock Holmes, per esempio, ha ispirato sia la fortunatissima serie della BBC, che quella americana, se vogliamo, meno cinematografica e più aderente ai canoni tradizionali delle serie poliziesche, di Elementary.
Sì, avete capito bene. Questo articolo vuole occuparsi degli “highly functioning sociopaths”, per prendere a prestito la caustica espressione di Sherlock-Cumberbatch. Categoria nella quale non ci sono esclusioni di genere (pensiamo ad esempio a Candance Bones), sebbene i personaggi maschili siano in maggioranza. Perché questi personaggi sono particolarmente riusciti ed amati dal pubblico?
Pensando ad alcuni, sporadici articoli scritti da una comunità, credo, americana di autistici o di persone affette dalla sindrome di Asperger che hanno preso il fisico Sheldon Cooper di The Big Bang Theory come un loro rappresentante televisivo, la prima risposta che mi sento di dare è la facilità con la quale il pubblico, specie se appartenente alla schiera degli introversi-timidi-secchioni-complessati nel presente attuale o nel loro passato scolastico, si identifica con questi personaggi. Quello che nella vita quotidiana viene spesso passato sotto silenzio o messo in secondo piano trova modo di aver voce. In queste serie televisive, il classico perdente che, nella migliore delle ipotesi, è stato ridicolizzato da compagni più “intraprendenti” e, nella peggiore, è stato vittima di atti più o meno pesanti di bullismo, vuoi per il grande divario intellettuale con gli altri compagni, vuoi per il fisico fragile e l’inibizione nei rapporti con il gruppo dei pari, si trova, in questi frangenti, sotto ai riflettori. Sì, certamente il suo passato di angherie e di ingiustizie non lo dimentica, fatto sta che i cervelloni di The Big Bang Theory a volte condiscono le loro battute con aneddoti sul loro periodo scolastico, così come le vicende non sono sempre costellate da eventi fortunati. Pensiamo al Doctor House, il quale cade spesso vittima della sua misantropia, cercando di nascondere con il sarcasmo il suo senso di solitudine. Però è anche indiscutibile il fatto che le sue stramberie, le sue elucubrazioni mentali vengono valorizzate, poste come gemme preziose, paesi lontani, esotici ed affascinanti. Non credo di sbagliare nel pensare che buona parte degli spettatori si sarà trovata assuefatta dal “mind palace” di Sherlock, il cervello scoperchiato per un attimo e volto a renderci complici dell’ottenimento della soluzione al rompicapo.

Una seconda ragione dell’affascinazione per queste menti brillanti è data dal processo di umanizzazione che l’intreccio conferisce loro. Lungi dall’essere delle efficienti macchine anafettive, i cervelli ci offrono una personalità altrettanto intricata. Certo, non troverete mai il protagonista di Touch, l’entomologo di CSI, Sheldon o Sherlock in preda ad una classica crisi emotiva, con le lacrime agli occhi o con un’imminente collera. Il loro cuore comunica, ma per vie traverse. Anzi, si può sostenere che le loro piccole ossessioni, stramberie ed intricati voli pindarici sono state sviluppate nel corso della loro vita per difendersi e proteggersi da una sensibilità spiccata, seppur non convenzionale. Non di rado, questi protagonisti coltivano un’amicizia, di solito esclusiva e profonda, con un comprimario indispensabile e a loro complementare. Sono amicizie per le quali, pur non ammettendolo mai, gli intelligentoni sacrificherebbero anche loro stessi. Sherlock non sarebbe la stessa serie TV senza Watson-Freeman. Sheldon non esprimerebbe la stessa simpaticissima follia senza un Leonard, una Penny o una Amy Farrah-Fowler pronti a chiarirgli pazientemente i contesti sarcastici e le convenzioni sociali.

E qui arriviamo al terzo punto. La forza di questi personaggi sta nel loro assoluto rifiuto di adattarsi al consorzio umano. Non è un caso, ipotizzo, che molte di queste serie TV siano state scritte e prodotte nei paesi anglosassoni, nei quali, soprattutto in America, l’importanza del gruppo sociale è fondamentale. Per quanto si punti all’individualismo e alle capacità di leadership, quello che rimane sempre implicito è il lavoro di squadra. Se fosse altrimenti, non si sfornerebbero così tante serie adolescenziali sulle cheerleader e le squadre, siano esse sportive o canore/artistiche. Di fronte a delle aspettative o a delle pressioni sociali così alte, ecco spuntare personaggi che lasciano intendere forme di vita alternative. Il che ci riporta al primo punto, ovvero alla capacità di dare voce ai gruppi minoritari e poco rappresentati.

In un mondo in cui la notorietà, la prepotenza e i soldi spadroneggiano, guardare queste serie TV ci fa chiedere se siano possibili altre filosofie di vita. Una rivoluzione silenziosa. Ed estremamente intelligente.

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Mustaelide

La gattara nerdeggiante

Top 5: Fargo, Sherlock, The Big Bang Theory, Mozart in the Jungle/Broadchurch/The Hour, New Girl/The Knick

Ha strane (ed inquietanti) affinità con Sheldon Cooper. Drogata di tè e gattara nell'anima, vive per metà in Italia e per metà in UK, conducendo una vita nomade. Dopo il trauma infantile di non aver ricevuto risposta alla sua letterina indirizzata ad Angela Lansbury, non demorde comunque nel suo apprezzamento delle serie investigative. Più il personaggio principale è allegramente disfunzionale, più è innamorata della serie.

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