The Handmaid’s Tale – Distopia futuristica, ne siamo sicuri?

Recensione del finale di stagione di The Handmaid’s Tale, “Mayday” (3×13).

The Handmaid's Tale

Ebbene sì. Ci sono stati momenti (non pochi, lo ammetto) nel corso di questa terza stagione di The Handmaid’s Tale in cui ci siamo chiesti in quale direzione stessimo andando, quale fosse lo scopo di quegli episodi lenti e sonnacchiosi in cui ci sembrava di assistere a un interminabile susseguirsi afinalistico di scene che, per quanto mantenessero l’atmosfera altamente disturbante e distopica tipica di questa serie, ci raccontavano una storia stanca e assopita. Ma la vita, così come la sceneggiatura del “Racconto dell’ancella”, ha un modo tutto suo di tessere tele e macchinare dinamiche alle quali non siamo minimamente preparati: e così, da un giorno all’altro, da un episodio all’altro, accade tutto e questo tutto ci sembra straordinario.

L’ultimo episodio della terza stagione…

L’ultimo episodio della terza stagione di The Handmaid’s Tale (3×13) dal titolo “Mayday” ci strappa con una ferocia tumultuosa e a tratti raggelante attimi di sospiro e concitazione in cui non possiamo fare a meno di chiederci: cosa succederà a June? Riuscirà nell’intento di salvare cinquantadue bambini da Gilead e scappare? Oppure rimarrà incastrata ancora una volta all’interno del sistema?

Come si apre l’episodio?

L’episodio si apre con un flashback, dinamica madre di tutta questa terza stagione: decine di donne, tra le quali June, vengono rinchiuse in una sorta di campo di smistamento dalle guardie di Gilead. E da lì comincerà il loro calvario che le vedrà diventare ancelle. Questa scena ci sembra interessante per un dettaglio, soprattutto: è questo il momento in cui June, ormai allontanata dalla figlia Hannah, comincia a cambiare. I soprusi, le angherie, le violenze che da questo momento in poi dovrà sopportare all’interno di Gilead la porteranno a scendere a compromessi morali, accettare l’idea di uccidere altri essere umani pur di sopravvivere, piegarsi alle regole del gioco per non farsi spezzare. È un gioco al massacro e nessuno vuole perdere, in fondo.

Cosa succede a Serena?

Serena Waterford è in custodia del governo canadese grazie al patteggiamento concordato ma il marito Fred la accusa di avere indotto il loro autista Frank a stuprare June per ottenere un figlio. Così, in un vero e proprio colpo di scena, Serena subisce la stessa sorta del comandante Waterford, venendo anche lei arrestata per crimini contro l’umanità, violenza sessuale e schiavitù. Mentre gli agenti della polizia la scortano in prigione, non possiamo che provare uno strano sentimento di rabbia e odio misti a un senso di pietà scivoloso e ingannevole nei confronti di un personaggio come quello di Serena: ingiusto e colpevole, ma anche vittima di una vita che sembra somigliare molto poco a quella che aveva immaginato.

June riesce a far scappare i bambini da Gilead?

Marta, June e tutti i bambini scappano per il bosco e raggiungono così la pista in cui è già pronto l’aereo che le avrebbe condotte verso la libertà canadese, fuori dal mondo perverso di Gilead. Ma qualcosa va storto: due guardie armate si trovano vicino all’aereo. Quindi, sul solco di un gesto davvero eroico, June affronta le guardie riuscendo così a distogliere l’attenzione dai bambini in fuga, che riescono in questo modo a salire a bordo dell’aereo della libertà. Mentre June invece viene colpita da un colpo di pistola e si accascia a terra. Solo il mattino dopo viene ritrovata dalle altre ancelle sue complici che le promettono di salvarla.

Vale la pena guardare questa terza stagione?

The Handmaid's Tale
Handmaid’s Tale continua ad emozionare?

Abbiamo fatto bene a sorbirci dodici episodi lenti e, a tratti, deludenti di questa terza stagione per arrivare fino a qui, fino a questo episodio? Assolutamente sì. The Handmaid’s Tale ci sembra un prodotto di altissima qualità non solo per la straordinaria bravura degli interpreti (tra i quali, ci tengo a sottolineare, spicca la protagonista Elisabeth Moss per talento e intensità) ma anche per la capacità di raccontarci un futuro prossimo distopico che mai come in questi tempi ci sembra realistico: le lotte di potere, le violenze di massa, l’idea aberrante di poter dividere il mondo in umani di serie A e di serie B, la spaventosa quanto pericolosa tendenza a barattare la nostra calda e rispettosa umanità per un sentimento dall’odore pungente: il disprezzo. The Handmaid’s Tale ci attrae e ci terrorizza allo stesso tempo perché prospetta un futuro così tragicamente vicino che comincia a sembrarci sempre più presente.

E il presente è adesso.

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Giuseppe Di Liberto

Siciliano, 28 anni, serie tv addicted. Mi piacciono gli attori onesti e appassionati, quelli così intensi da convincerti del ruolo che stanno interpretando. E mi piacciono le parole, quelle piene e significanti, quelle capaci di creare un intero universo in cui sentirsi, inequivocabilmente, a casa. Perché, in fondo, è questo che ricerchiamo: un posto in cui non trattenere il sospiro e sentirci, sempre, noi stessi.

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