Twin Peaks – Recensione 3×05/3×06 – The Return (Part 5 and Part 6)

‘The cow jumped over the moon.’

David Lynch ama farci camminare sul filo sottile che separa la realtà dalla follia, rendendo i confini tra le due dimensioni così sottili e permeabili da farci dubitare persino della nostra percezione.
Ci sentiamo anche noi come Dougie Jones, alienati, lenti e goffi nei movimenti, catapultati in una dimensione dove non è ben chiaro quale sia il nostro ruolo.
Sguardo perso nel vuoto e malinconico, il secondo doppelgänger dell’agente Cooper è il ritratto perfetto di ogni telespettatore.
Sia in Part 5 che in Part 6 David Lynch inserisce il suo personaggio in situazioni divertenti, ricalcando la falsariga delle gag comiche mute, dove il lavoro di intrattenimento e di suscitare l’ironia viene affidato alle circostanze e alla mimica e alla postura dell’attore.

Kyle Maclachlan è più in forma che mai, sublime nel modo che ha di dare forma a questo nuovo alter ego che suscita moti incontenibili di tenerezza e dolcezza, sconcertato nel vedersi rivelare sotto gli occhi tutte le meschinità e le scorrette del mondo in cui è piombato, in primis soprattutto del luogo di lavoro dove emergono ad ogni episodio sempre più scheletri nascosti negli armadi fatti di falsità e di camice fresche di lavanderia.
Queste scene pacate e lente si bilanciano perfettamente con la controparte crudele che, ancora in carcere, attende un nuovo faccia a faccia con Gordon Cole e Albert Rosenfield. Cooper-BOB si trova in una situazione di apparente stallo, bloccato nella sua cella e limitato nell’espressione della sua malvagità. Per i TwinPeaksiani storici ha senz’altro suscitato un piacere immenso rivedere il vecchio BOB nella celeberrima scena della Black Lodge. La ripresa delle scene cult delle prime stagioni e il loro inserimento ad hoc nei momenti più opportuni contribuisce a rinsaldare il legame tra il vecchio e il nuovo e a rimarcare quella sensazione di non aver mai abbandonato quei luoghi e quei boschi.
Emblematica a tal proposito la passione per il caffè dell’agente Cooper che ritroviamo anche nel bonario Dougie. L’intento di Lynch è lapalissiano: riproporre i tratti caratteriali del brillante e geniale agente anche nei suoi doppelgänger e creare quella routine di regole e rituali scanditi da una meticolosità quasi ossessiva molto cara al regista.

Se le vecchie glorie della serie riescono a tenere altissima l’attenzione e l’hype come è giusto che sia dopo 25 anni di spasmodica attesa, i nuovi personaggi rimangono per lo più sullo sfondo, ricoprendo ruoli di contorno sanza ‘nfamia e sanza lodo.
Le indagini sulla morte della bibliotecaria ritrovata con la testa mozzata proseguono più per convenzione narrativa, in linea con le caratteristiche proprie di uno show che si prefigge di affrontare anche il genere thriller, ma non sono ancora in grado di catalizzare su di loro l’attenzione e distoglierci quindi dalle vicende che riguardano i protagonisti. Tale debolezza è forse da imputare alla mancanza di tratti caratteriali salienti, capaci di emergere dallo sfondo contro cui si stagliano e renderli riconoscibili.
Menzione d’onore va invece alla scena del bambino e della bomba sotto la macchina di Dougie che è riuscita a tenerci alta l’attenzione e viva la suspense grazie al meticoloso lavoro di regia costruitogli intorno nel corso dei diversi episodi.

Le vecchie glorie dello show invece ci rassicurano e ci danno quel senso di stabilità e certezza che invece non riescono ancora a trasmetterci le nuove vicende, per le quali è ancora difficile prevedere gli sviluppi e gli intrecci futuri.
Ritorniamo anche questa volta al Double R Café, dove torte alle ciliegie, damn fine cups of coffee e le storiche cameriere tengono ancora alto il nome della caffetteria più famosa di Twin Peaks.
Bobby Briggs e Shelly Johnson hanno avuto una figlia che ha le sembianze di Amanda Seyfried. Tale personaggio, che già dalla sua prima apparizione ha strizzato fortemente l’occhio alla lungamente compianta Laura Palmer, è stato inserito per dare la giusta continuità alle vicende con cui ci eravamo lasciati venticinque anni fa, riallacciandoci al passato in un naturale e ovvio proseguimento narrativo. L’inserimento funziona discretamente poiché ripercorre un modus già adottato con il battesimo al pubblico dello scialbo figlio di Andy e Lucy.

Una pecca che Lynch si fa perdonare in un batter d’occhio se si pensa che tali inserimenti apparentemente random in realtà mantengono alta l’attesa di rivedere tutti i volti noti della serie, giocando quindi d’astuzia sull’effetto nostalgia. C’è da sperare fortemente inoltre che essi non rimangano fini a se stessi, relegati a siparietti irritanti o sciatti, ma che assumano uno spessore più rilevante ai fini delle storyline secondarie.
Esempio di questo riscatto è la vicenda del Doctor Jacoby, inserita fin dall’inizio nella narrazione attraverso frammenti stand-alone e poco chiari, ma che assumono un senso mano a mano che si prosegue nella visione delle diverse parts. Diventato una sorta di youtuber intenzionato a smascherare i vizi e le falsità di cui sono portatrici le alte funzioni sociali e politiche, il Doctor Jacoby è il portavoce della satira che Lynch muove contro Internet e i potenti mezzi tecnologi moderni, reinserendo nuovamente uno dei temi molto cari al regista e allo stesso Twin Peaks.

La misteriosa quanto celebre Diane, la segretaria di Dale Copper nominata per la prima volta nel pilot, ha finalmente un volto, quello di Laura Dern. E non è affatto un caso che Lynch si sia deciso a rivelarci le sue sembianze proprio adesso, dopo ben ventisette anni di attesa: tutto rientra in una poetica che va oltre ciò che ci viene mostrato, in una visione inaccessibile dove ogni tassello ha il suo incastro perfetto.
È Diane – il nome a lungo senza sembianze – la nostra ancora con la realtà e forse il deus ex machina per il ritorno dell’amato agente Cooper.

Innumerevoli sono i pezzetti di puzzle che Lynch dissemina in questi due episodi, mettendo alla prova la nostra concentrazione e le nostre abilità intuitive.
Esempio principe fra tutti la monetina, protagonista dell’incontro tra Richard Horne e Red – il losco individuo già incontrato nel finale di Part 2 – che poi ritroviamo nelle mani di Hawk, il quale riesce finalmente a interpretare le parole della Signora Ceppo circa le sue origini. Interessante il ritrovamento nella porta del bagno, che aggiunge mistero e ulteriori cervellotiche supposizioni. Cosa sono quei fogli? Pagine mancanti dal diario di Laura Palmer?
Teoria plausibile.
Ancora non ci è dato saperlo, ma è bene tenerle a mente.

‘Remember 430, Richard and Linda, two birds with one stone.’

La profezia del Gigante in apertura a questa nuova stagione sta iniziando ad assumere contorni sempre meno sfumati.
Di Linda e della sua condizione di disabilità ne parlano Carl e il marito Mickey in modo superficiale, senza darla la giusta importanza che invece gli ha conferito il Gigante stesso.
Mano a mano che si procede con la visione e l’uscita delle parti-episodi si colgono maggiori collegamenti anche con il prequel Fuoco Cammina con Me, che si rivela sempre più essenziale ai fini di una comprensione più globale del tutto.

In uno show dove la linearità è bandita e la visione completa del ‘verso dove ci stiamo dirigendo’ è blindata nella mente di Lynch, queste connessioni tra passato e presente ci aiutano a cogliere una struttura portante indirizzata verso un preciso obiettivo.
Il lavoro di spettacolarità che si intravede è davvero sublime.

About anna_who

Top 5: LOST, Doctor Who, Sons of Anarchy, Sex and The City, Game of Thrones. Classe 1990. Ama alla follia lo sci-fi, il fantasy e tutto ciò che implica il genere soprannaturale. L'incontro con le serie tv avviene in tenera età, quando i suoi la iniziano a Charmed, X-Files e ER. Trascorre l'infanzia tra le crisi adolescenziali dei ragazzi di Capeside e le avventure della Scooby Gang: è a questo periodo che risale la comparsa di alcuni sintomi della telefilia. La sua dipendenza non ha trovato altra cura se non quella di assecondare la sua innata capacità di guardare un episodio dietro l'altro fino a farsi bruciare gli occhi.

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