Doctor Who – Recensione 10×10 – The Eaters of Light

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Quando il mondo del cinema e della televisione incontra quello della storia antica per me è come se fosse sempre Natale, quando a farlo è Doctor Who, vado letteralmente in brodo di giuggiole. In The Eaters of Light, episodio diretto da Charles Palmer (Poldark e Poirot), viene raccontata l’ennesima versione di un mistero storico antico, la scomparsa della IX legione romana (la Legio VIII Hispana) in Scozia. Le leggende riguardo alla sua sparizione vanno dalla sconfitta ad opera degli Scoti alla morte in Armenia, insomma un vero e proprio rebus storico di cui Moffat ci dà la sua personale versione, che ovviamente non poteva non coinvolgere una qualche specie di squarcio interdimensionale.

Come da copione ci sono anche i mostri, una specie aliena con una morfologia a metà tra un drago e una medusa, che si nutre di luce ed anche di esseri umani. A guardia di questo squarcio, che si apre solo in un determinato periodo, ci sono i Pitti, popolazione scozzese, in guerra con i Romani. I Pitti, disperati dalla forza brutale dei Romani, decidono di lasciar uscire uno dei mostri e usarlo come arma tattica, peccato che per i medu-draghi non esista il concetto di buono e cattivo, ma solo quello di cibo. Ed è qui che Moffat inserisce la lezione del giorno. Grazie al traduttore istantaneo del TARDIS i due gruppi nemici riescono a capirsi, scoprendo di non essere così diversi, e decidono di fare fronte comune.

A buttare giù la barriera linguistica però, più che il TARDIS, è stato un nemico in comune che se ne frega altamente di quale lingua parlano, per lui sono tutti uguali, tutti carne da macello. Quando si passa a una minaccia di estinzione globale, le nazionalità passano in secondo piano, le cause di un qualsiasi contrasto perdono significato. Potremmo facilmente superare le nostre differenze se solo ci accorgessimo dei pericoli che corriamo come specie. Mostrare quel gruppo di Pitti e Romani che entrano insieme nello squarcio per salvare il mondo è stato un po’ il modo di Moffat per dire “ecco, vedete? Non abbiamo davvero bisogno di un protettore proveniente dallo spazio, se siamo uniti possiamo farcela senza bisogno di chiedere aiuto!“.

Questo è un dei temi cari a Moffat, uomini che superano le proprie differenze politiche, religiose, linguistiche etc., e si riscoprono per quello che sono realmente, esseri umani. La musica che vibra nell’aria attorno al cerchio di pietre diventa il simbolo dell’intensa uguaglianza mofattiana, arrivando addirittura a far commuovere Missy. L’astuta Signora del Tempo non riesce a trattenere le lacrime di fronte a quel gesto eroico, mandando noi, ma anche il Dottore, in completa confusione. Potranno mai davvero essere di nuovo amici il Dottore e il Master/Missy? Probabilmente questa domanda troverà risposta nella prossima puntata, dove è già stato annunciato il ritorno in scena di John Simm. Ancora una volta è un animale caro a Moffat, il corvo, ad essere eletto come testimone di questa storia, simbolo di eterno ricordo.

A due puntate dalla fine della decima stagione, ritengo sia mio diritto iniziare a lamentarmi per la fine dell’era Moffat, e ancora di più per quella di Capaldi. Il primo ci ha donato una montagna russa di emozioni, ci ha fatto piangere, ridere, stupire, arrabbiare, ma soprattutto ha stuzzicato la nostra immaginazione ed riuscito a farci aprire la mente con storie sempre avvincenti che esplicavano bene quel compito educazionale  per il quale è stato creato Doctor Who. Il secondo è stato semplicemente grandioso al fianco di Clara ed è stato leggendario con accanto Bill, regalandoci un Dottore maturo, con più coscienza di sé ma anche di quello che lo circonda, più facile a scatti d’ira ma capace di dimostrare un’enorme generosità.

Mi mancherà molto Twelve, come mi mancherà la forza morale di Moffat, ma questa, in fondo, è la bellezza di Doctor Who.

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Stay tuned

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