Doctor Who – Recensione Christmas Special 2017 – Twice Upon a Time

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‘You may be a Doctor, but I am THE Doctor.
The original, you might say.’

Sobrio ed elegante.
Spogliato da tutti quegli intricati e cervellotici voli di wibbly wobbly timey wimey stuff con cui Steven Moffat ci ha sempre tenuto in allenamento l’intelligenza, portandoci della volte persino a teorizzare l’assurdo che solo nell’universo di Doctor Who poteva trovare una logica quanto assurda e strabiliante veridicità, Twice Upon a Time è un viaggio della coscienza, un’esplorazione della dimensione più intima di una creatura geniale e brillante che ha intenzione di ribellarsi al suo destino.
Stevan Moffat ha voluto dire addio alla sua avventura di showrunner lunga sette anni in modo misurato, senza eccessive spettacolarizzazioni, come invece era stato lo straziante The End of Time.
Ciò che ci ha confezionato lo showrunner è un episodio nostalgico e struggente, con la dolorosa rigenerazione iniziata tramite la doppietta di episodi World and Enough Time e The Doctor Falls.
Machiavellico, geniale e con uno spiccato delirio di onnipotenza, Steven Moffat ha preferito chiudere il suo percorso e quello di Peter Capaldi senza epiche auto-celebrazioni, scegliendo invece di farci vivere in prima persona il dilemma interiore del Dottore coinvolgendo due diversi poli temporali dello stesso Time Lord.
Twice Upon a Time è un viaggio interiore, volto ad esplorare la crisi di una rigenerazione che si vuole a tutti i costi rimandare. Si perde di spettacolarità, ma lo spettatore ha la possibilità di godersi sessanta minuti di dialogo interiore, pregno di rimandi simbolici e nostalgia, che si pone a coronamento di un percorso lungo quattro anni coerente con se stesso.

‘There is good and there is evil.’

Tra le tematiche più care trattate e riproposte durante l’era di Capaldi, Steven Moffat ha senza dubbio affrontato diverse sfaccettature della dicotomia bene/male e del rapporto dello stesso Dottore con la guerra.
Se Ten è l’uomo che si è pentito e che vive di rimorsi ed Eleven l’uomo che ha dimenticato per sopravvivere, Twelve è il Dottore consapevole delle proprie azioni e delle responsabilità che esse comportano, compresi gli eventi dolorosi e sconvenienti. A differenza dei suoi altri volti, Twelve ha raggiunto un forte equilibrio interiore che gli consente di agire con lucidità e determinazione. E ciò lo riassume David Bradley nei panni di First: essere un Doctor of War è la vera missione del Time Lord. L’espressione aveva inizialmente assunto un’accezione negativa, anche se rimaneva sempre coerente con il passato del Dottore, invischiato spesso in situazioni belliche. Col susseguirsi dei minuti Doctor of War si carica di una sfumatura diversa e ben più adatta a descrivere veramente l’operato del Dottore: la sua missione è sempre stata quella di intervenire in maniera appropriata e di portare anche un fievole barlume di speranza in situazioni di distruzione e di morte. Tali azioni di prontezza e di coraggio hanno sempre fatto pendere l’ago della bilancia verso il bene, ristabilendo l’equilibrio in un universo che avrà sempre bisogno di un eroe disposto alla lealtà, al sacrificio, all’amore e al coraggio.
Per questo motivo il riferimento storico alla Prima Guerra Mondiale – di cui è protagonista indiscusso uno straordinario Mark Gatiss che si riconferma, ancora una volta, una graditissima presenza non sono nel team creativo dello show ma anche nel cast artistico – si incastra alla perfezione nel filone delle tematiche affrontate, fornendo un punto di vista esterno a quello principale ma perfettamente coerente ed appropriato con il dissidio del Dottore.

L’altra tematica che ha dominato in questo Special va individuata nell’importanza dei ricordi, elemento che Moffat introduce con la creazione di una nuova entità aliena intelligente. Ma è proprio grazie a questa strategia che lo showrunner scozzese ha la possibilità di riallacciarsi ad un altro leitmotiv a lui molto caro ed ampiamente trattato in tutto il regno di Capaldi: il tentare di sconfiggere la morte.
Steven Moffat ci ha abituati spesso a questi colpi di genio e a questi deliri di onnipotenza e per la scrittura del suo ultimo Dottore non poteva di certo esimersi di dare libero sfogo a tutta la sua brillante quanto folle creatività.
Stanco di perdere chi ama e dover continuare a vivere con il solo ricordo di quanti ha incontrato lungo il suo cammino, Twelve ha provato spesso l’impossibile, cercando di ingannare le leggi che regolano la vita umana.
Danny Pink, Clara Oswald, Bill Potts rappresentano tutti i vani tentativi che ha compiuto pur di ingannare la morte e imbrogliare le carte in tavola con le leggi che regolano il naturale ciclo della vita di un qualunque essere umano.
Ci sono degli equilibri che non possono essere intaccati; esistono delle regole che nemmeno creature brillanti e geniali possono eludere o aggirare per poterle piegare al proprio volere. E questo il Dottore lo sa bene.
Nonostante sia riuscito, con ingegno inganno e astuzia, a ritardare i vari post-mortem che hanno colpito i suoi amici, a guadagnare quei frammenti di istanti in più che gli hanno regalato la mera illusione di poter riaggiustare quella maglia rotta nella rete del Tempo, alla fine nemmeno il Dottore è mai riuscito ad evitare l’inevitabile, a sottrarsi alle dure regole che stabiliscono degli equilibri ferrei tra la vita e la morte che non possono mai venir meno.
È coerente quindi la volontà stessa di Twelve di impedire il processo rigenerativo e incontrarsi con First, alle prese con il medesimo dissidio. Un percorso stilistico unitario, quindi, che si conclude con coerenza e coesione con la stessa personalità di Twelve.
Un episodio sobrio quanto essenziale se comparato agli strazianti e lunghissimi addii che Ten(nant) regala a tutti i suoi amici nel finale di The End of Time. Forse il modus di Moffat è veloce, troppo rapido, ma l’addio di Twelve si riduce ad una dimensione più intima, abbracciato a Bill e Nardole, dopo essere finalmente riuscito a rivedere Clara per un’ultima volta e a congedarsi da lei come era giusto che accadesse.
E la trovata dei Testimoni, entità aliene che hanno ben poco a che fare con i consueti villain provenienti da Galassie molto molto lontane a cui Moffat ci ha abituati, va a mettere una pezza alla questione Clara, ma, al contempo, costruisce una linea guida per l’episodio coerentemente con le tematiche trattate, senza sconfinare nell’invadenza o nei vaneggiamenti onirici.

‘I don’t want to go.’
‘Doctor, I let you go.’

Lo stesso Twelve, in The Doctor Falls, aveva pronunciato la celeberrima frase di David Tennant, impaurito e sconvolto che il processo rigenerativo fosse iniziato così presto. Alla fine del percorso in Twice Upon a Time la posizione cambia radicalmente: il doloroso abbandono di Ten viene sostituito dalla consapevole rassegnazione di Twelve che non può più rimandare l’inevitabile.

La stessa chiave di lettura la possiamo adoperare per lo stesso showrunner.
In tutti questi anni Steven Moffat ci ha abituati ad una scrittura poco lineare tra una stagione e l’altra (ma anche tra un episodio e l’altro) e a brusche accelerazioni narrative, con tanto di risoluzione narrativa in un breve arco temporale.
Criticato da molti, osannato dai più, su un punto possiamo essere tutti d’accordo: Steven Moffat ci ha tenuto in allenamento l’intelligenza. Il modus narrandi di Moffat ha segnato una netta linea di confine rispetto alla precedente era di Russel T. Davies, segnata dal dominio incontrastato di Tennant, nonostante la breve ma meravigliosa parentesi di Eccleston.
Steven Moffat ama giocare con ampie porzioni temporali, ama dilatare i tempi narrativi interni della storia facendo perdere gli elementi che possono fornire indizi sulla durata, sull’inizio e la fine di un determinato arco narrativo e sulla sua collocazione all’interno della macro storia più ampia. Intrecciare più fili narrativi insieme, ingarbugliarli saldamente in una matassa intricatissima e poi dipanarla a proprio piacere è la firma inconfondibile di uno showrunner capriccioso e furbo. Un genio folle che ama visceralmente il passato, che non dimentica mai di risvegliarlo dal criosonno e di inserirlo qua e là per rendergli omaggio e per creare quel continuum tra passato, presente e futuro, tra rigenerazione e rigenerazione che rendono Doctor Who una delle serie TV più complesse e complete del panorama televisivo.
L’amore per il passato lo ritroviamo anche questa volta, e precisamente in quel buco narrativo lungo ben cinquantuno anni che va a colmare nel momento in cui ci spiega cosa aveva fatto First negli ultimi istanti di The Tenth Planet, quando la sua TARDIS si materializza proprio al Polo Sud e si trova ad affrontare i Cyberman.

‘Laugh hard. Run fast. Be kind.’

Il monologo finale di Capaldi si pone in linea con un rituale già avviato con Tennant e riproposto con Smith, ma segna anche il punto più alto dell’interpretazione di un personaggio millenario da parte di un attore eccelso, forse troppo perfetto per il ruolo.
Cupo, tenebroso e scettico quanto geniale, dotato di un humor comprensibile a pochi eletti, un Dottore come Twelve non sempre ha potuto vantare la scrittura di storyline all’altezza della bravura e del carisma di Peter Capaldi.

‘Oh, brilliant!’

Questa estate appresi l’annuncio del nuovo Dottore proprio in terra inglese, e confesso, in tutta onestà, di non essermi mai saputa esprimere appieno circa i sentimenti che provai nello scorgere sotto il cappuccio il volto di Jodie Whittaker.
La sensazione che una rigenerazione al femminile fosse imminente era palesemente nell’aria, visti i precedenti assaggi con il Master e Missy.
Queste poche battute di Thirteen – troppo misere rispetto a come ci hanno abituati le rigenerazioni precedenti – mi hanno fatto immediatamente ricredere sulla posizione che assunsi questo Luglio, tanto da arrivare ad esclamare un sonoro ‘Oh my God! È fantastica!’.
L’esodio è somigliantissimo a quello di Matt Smith e, a tal proposito, suppongo che la reazione della TARDIS sia dovuta proprio alla potenza dell’energia rigenerativa sprigionata dal Dottore, che troppo a lungo ha impedito il processo, arrivando così al culmine alla massima potenza.
Ma non escludo neanche l’ipotesi che la TARDIS voglia dire la sua a proposito di tale rigenerazione.
Comunque, il momento è giusto. I tempi sono maturi per una rigenerazione al femminile al comando della TARDIS.
Il cambio radicale ai vertici della scrittura dello show, ora nelle mani di Chris Chibnall, aveva necessariamente bisogno di un altrettanto radicale cambio di prospettiva.

L’atmosfera più intima e sommessa fa spiccare l’ottimo lavoro sui dialoghi e sui personaggi; nessun colpo di genio (o di testa) finale per Steven Moffat che lascia il timone consapevole di aver riscritto la storia dello show, consegnando al suo successore un enorme bagaglio storico e artistico. A cominciare innanzitutto dalla questione Gallifrey.
L’attesa è presto che ricominciata e questa volta ci sarà da pazientare fino al prossimo lontanissimo autunno.

Nel mentre vi invitiamo a passare da Doctor Who pagina italianaDoctor Who “ita” e Io sono il Dottore! “Doctor Who”.

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