Fleabag – Il corpo di tutti noi

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Il genio di Phoebe Waller-Bridge si rivela in tutta la sua grandezza nel racconto delle peripezie del suo (autobiografico) personaggio. Un’opera carnale e spassosa che vede al primo posto il corpo.

Fleabag

La pluripremiata serie TV Fleabag, scritta, diretta e interpretata dalla drammaturga Phoebe Waller-Bridge (Crashing, Killing Eve) ha conquistato pubblico e critica con la sua caustica ironia e la sua narrazione-interazione costante con lo spettatore, il quale segue la protagonista in ogni momento della sua sgangherata esistenza, intessendo un legame intimo cui è davvero difficile rinunciare a serie conclusa.

Disavventure di un “sacco di pulci”

Le vicende di Fleabag ruotano intorno alla sua vita e a quella della sua (disfunzionale) famiglia, sullo sfondo di una Londra umorale quasi quanto la protagonista. Fleabag gestisce faticosamente un caffè a tema porcellini d’India aperto con la sua migliore amica Boo (Jenny Rainsfield), scomparsa per errore in un incidente avente lo scopo di punire il tradimento del fidanzato, e si dibatte nella ricerca di una stabilità emotiva che forse non desidera neanche.

Il vero nome di questa londinese fragilissima e intensa non viene mai rivelato nel corso della storia: lei è soltanto Fleabag, letteralmente un “sacco di pulci”, sporca e sgradevole, non redimibile. Ma non è un nome o una redenzione con cui Fleabag si identifica: ciò che noi vediamo, che possiamo toccare con mano, sin dalla prima puntata, è la presenza ingombrante e persistente del corpo e della sua pulsante vitalità.

Il corpo che racconta

In ogni episodio, infatti, fronteggiamo il corpo di Fleabag, affamato di una sessualità promiscua e non gioiosa. Tremiamo dinanzi al corpo di sua sorella Claire (Sian Clifford), costretto in una vita di perfezioni apparenti, a sua volta in cerca di una liberazione che stenta ad arrivare. Osserviamo con diffidenza il corpo della matrigna (Olivia Colman), immerso in una narcisistica contemplazione di sé che raggiunge il suo culmine tramite l’allestimento di una sexibition, una mostra incentrata sulla propria vita sessuale.

Il corpo del padre di Fleabag (Bill Paterson), è di fatto imperscrutabile, per via della serafica indifferenza che l’uomo sembra opporre rispetto alle vicende, e ai dolori, della figlia: nonostante ciò, Fleabag sa riconoscerlo con facilità. Le rotondità generose di Boo, la fisionomia scheletrica, quasi prepuberale, di Harry (Hugh Skinner), il ragazzo con cui Fleabag intrattiene una relazione burrascosa; la fisicità ripugnante del genero (Brett Gelman), i corpi degli uomini con cui Fleabag va a letto, bellissimi, massicci o spigolosi, il corpo sacro e intangibile del sacerdote (Andrew Scott) di cui, nella seconda stagione, Fleabag si innamora.

La famiglia di Fleabag

Il corpo che non c’è

Ma forse, tra tutti questi corpi che sulla scena sfilano, indossano vestiti impeccabili, si denudano, si assalgono, sanguinano e si contorcono, quello più importante e tragicamente assente nella sua ricorrenza, è il corpo della madre di Fleabag, portata via da un cancro alle mammelle.

Nella prima stagione Fleabag sviluppa un interesse particolare per una statuetta dorata, raffigurante un procace corpo femminile sprovvisto di testa e di arti, che si trova nell’atelier della sua matrigna. Le peripezie che questa statuetta si trova ad affrontare sono, se possibile, paragonabili a quelle di Fleabag, che si ritrova a sottrarla e a restituirla per vie traverse più volte, senza mai riuscire a separarsene completamente.

La natura profonda di questa attrazione è giustificata dal fatto che, come scopriamo assieme alla protagonista nell’ultima puntata della seconda stagione, il corpo prestatosi alla creazione di quella statuetta è proprio il corpo di sua madre, alla quale Fleabag assomiglia molto caratterialmente, e che ha perduto troppo presto.

La matrigna di Fleabag, interpretata da Olivia Colman

Il corpo che sopravvive

Dunque il corpo è sempre il centro, il perno intorno al quale ruota tutta la storia: senza corpo non si può godere, non si può colpire, non si può odiare, non si può amare, non si può cercare un appiglio. Il corpo non è soltanto l’involucro, ma l’identità stessa di chi abbiamo di fronte. Non a caso, ad ogni personalità che popola questa serie TV corrisponde un corpo che alla personalità che lo abita combacia perfettamente: Claire è perfetta e nervosa, suo marito è viscido e trascurato, Boo è rotonda e materna, Fleabag è lunga e ghermente.

Potremmo dire, in un certo senso, che il corpo è l’unica cosa che Fleabag possiede per davvero, l’unico strumento tramite il quale riesce a comunicare, l’unica cosa che le rimane dopo aver perduto sua madre e Boo. E proprio il suo corpo, però, sprovvisto dell’amore che la teneva al sicuro, non sa cosa fare di se stesso se non perdersi, non senza ironia, allo scopo di non ritrovarsi.

Con la seconda stagione accade qualcosa, quando Fleabag incontra il giovane sacerdote che unirà in matrimonio il padre e la matrigna. Uomo misterioso e anticonformista, attira subito l’attenzione di Fleabag: non soltanto per via della fascinazione che le suscita a livello fisico, ma anche e soprattutto perché è l’unico in grado di percepire quando Fleabag si rivolge allo spettatore, eclissandosi dalla realtà che la circonda. In quei momenti, le dice, “è come se andassi via. Dove sei andata?”.

Phoebe Waller-Bridge e Andrew Scott, protagonisti della seconda stagione di Fleabag

Il corpo che cambia

In questo caso, il corpo che crea attrazione si veste di una nuova e inedita luce: quella della comprensione e dell’accettazione. Una condizione nuova e disarmante. Nella scena in cui Fleabag si reca da una terapista (una sommessa ed eccellente Fiona Shaw) per spendere un buono per una consulenza regalatole dal padre, la donna le chiede: “Vuole scopare il prete o vuole scopare Dio?”. “Si può scopare Dio?”, domanda Fleabag.

Che significa scopare Dio? Che significa scopare il prete, l’uomo che finalmente riesce a intuire tutto ciò che si cela all’interno di questo sacco di pulci pieno di rattoppi? Significa amare e vedersi corrisposti. Qualcosa che a Fleabag manca da troppo tempo e che del tutto inaspettatamente si vede restituire nella sua interezza.

Un finale dolce e amaro

La scoperta dell’amore corrisposto fa sì che il corpo cui siamo abituati, i cui aggrovigliamenti ci hanno fatto sorridere, subisca un processo di trasfigurazione, acquisti una inedita solennità: da simbolo di tradimento, di colpa, di solitudine, di promiscuità, di rifiuto, di errore assurge ad una nuova immagine, quella della compiutezza, e della salvezza, dell’amore, che non corregge il passato, ma lo accoglie e lo custodisce senza condizioni.

Fleabag comprende, nonostante il dolore, come la sua capacità di amare sia ancora funzionale e intatta, ed è da questo che sceglie di ripartire: da sé, dal proprio corpo e da quello di sua madre, ancora fisicamente presente nella statuetta che, per l’ultima volta, vediamo comparire tra le sue mani mentre si allontana, dopo averci rivolto un sorriso che sa quasi di scusa. Ma riesce facile perdonarla.

Il racconto di Fleabag stordisce e commuove, fa ridere di vero gusto e coinvolge completamente lo spettatore, perché chiamato in causa e messo di fronte ad una vita che potrebbe essere la propria e che, di fatto, forse lo è per davvero. Opera brillante, sferzante e chiassosa, spacca il cuore e non esige di vederne rimessi insieme i pezzi: a quello ci pensano gli ammiccamenti sornioni alla telecamera di una (è proprio il caso di dirlo) gloriosa Phoebe Waller-Bridge.

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