La casa dei piccoli cubi – Recensione del corto

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Oggi non sono qui a parlar male di Netflix e delle sue sinossi stramboidi, ma non vi preoccupate, si parlerà comunque della grande N rossa.

Fra le proposte animate del servizio di streaming, da un po’ di tempo faceva bella mostra di sé un piccolo cortometraggio, realizzato nel 2008 dal nipponico Kunio Kato e vincitore del premio Oscar nella sua categoria.

La Casa Dei Piccoli Cubi (Tsumiki no ie).

In un mondo sommerso dall’acqua, che cresce sempre più di giorno in giorno, un anziano vedovo con la sua inseparabile pipa si dà da fare con mattoni e malta per costruire sempre nuovi piani per la sua casa, trasportando i pochi mobili che gli sono rimasti di piano in piano; ma quando la sua pipa cade e va a perdersi nelle stanze già inondate, il vecchietto dovrà immergersi nel mare dei ricordi per recuperarla.

La Casa Dei Piccoli Cubi è una struggente riflessione sulla memoria e sulla morte, senza nemmeno una linea di dialogo ma solo una dolce nenia di sottofondo, la quale accompagna -mutando di volta in volta il suo tessuto- i vari passaggi da una stanza all’altra, da un ricordo di vita vissuta all’altro.
Ecco quindi che il “mare” inesorabile e soffocante si manifesta quasi immediatamente per quello che è veramente: l’incedere incessante della vita, con il suo corredo di gioie e dolori, di amore e di perdite ineluttabili.
La vita del protagonista, lunga e piena di accadimenti, si dipana davanti ai suoi occhi in una discesa sempre più profonda ed agrodolce nei meandri della memoria, laddove la fatica ed il dolore di rivedere chi ci ha lasciato vanno metaforicamente a braccetto con il calore che riusciamo a provare quando, dalla memoria stessa, ci lasciamo pervadere, riscaldando e rischiarando la nostra solitudine.
Nessuno può sfuggire alla marea, per quanto si impegni a costruire muri sempre più alti e stanze sempre più apparentemente fortificate.
Anche lo stile dell’animazione, coi suoi acquerelli semoventi, sembra riportare alla memoria (appunto) più una serie di vecchie fotografie che un vero e proprio cartone animato. Ed è proprio nelle fotografie e nei ricordi in esse contenute che il protagonista ritrova una sorta di pace interiore, necessaria a sconfiggere la solitudine che lo opprime come e più del mare in continua ascesa.
Continuando a scendere, sempre più in fondo, sempre più indietro nel tempo, il nostro protagonista si riconcilia col ricordo mai del tutto sopito dell’amata moglie; fino a che il ritrovamento di un oggetto (non a caso qualcosa di “condiviso” e non di univoco e personale come la pipa) non fa definitivamente riaffiorare in lui quei sentimenti salvifici.
Questo piccolo gioiello si chiude quindi con una nota dolceamara, commovente e tenera, latrice di una morale che rimane impressa nella mente dello spettatore con la forza e la dolcezza di una carezza.
Ricordare ci aiuta a colmare quel vuoto inesorabile che la vita stessa crea, magari solo per una breve cena in compagnia di un bicchiere di vino in più, ma quel bicchiere si rivelerà un muro più alto e più solido di quelli che possiamo costruire con qualsiasi mattone.

 

VOTO: 9

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