La Casa di Carta – La parte 4 conferma l’involuzione della serie

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Il 3 aprile, nel pieno della quarantena, la parte 4 de La Casa di Carta ha debuttato su Netflix. Milioni di Italiani attendevano i nuovi episodi per dedicarsi al binge watching, ma il risultato finale è ben lontano dal climax delle prime stagioni.

La Casa di Carta

Come la parte 1 e 2 erano l’una la naturale prosecuzione dell’altra, così lo sono la parte 3 e 4. Alla luce di ciò, ha senso che esse presentino i medesimi difetti narrativi, stavolta però portati all’esasperazione del fatto che la serie ha un disperato bisogno di rinnovarsi. Chiusi nella Banca di Spagna, i nostri tentano di completare il colpo e uscirne tutti indenni, nonostante la strenua opposizione del Governo spagnolo e dei servizi segreti statali. Lo schema continua quindi a ripetersi, fra colpi di scena al contempo scontati ed assolutamente irrealistici.

Tuttavia, chi guarda la Casa di Carta lo fa con poche pretese, se non quella di trovare del buon intrattenimento. Perciò, così come siamo disposti a perdonare il fatto che un James Bond o un John Wick o un qualsiasi altro protagonista di film d’azione escano sempre più o meno indenni da qualsivoglia colluttazione, allo stesso modo non solleviamo troppi dubbi dinanzi al fatto che una banda di scapestrati abbia imparato ad operare in poco tempo meglio di un primario del reparto di chirurgia. Dove risiede il problema, allora? Semplicemente nel fatto che l’intrattenimento non c’è, non più. La costante ripetitività dello schema narrativo fa sì che ogni episodio sia una mera copia del precedente.

La mancata evoluzione dei personaggi: una visione stereotipata del mondo

Gli stessi personaggi sono ridotti a delle macchiette, incastrati in un ruolo che gli è stato cucito addosso dal primo momento in cui sono entrati in scena ed incapaci di qualsivoglia evoluzione, costretti a dialoghi banali ed infarciti di parolacce e riferimenti sessuali per renderli più badass. Perso l’elemento sorpresa, allo show rimane ben poco, tranne i proiettili sparati qua e là.

Ad uscirne peggio sono le donne della serie, salvo forse Nairobi, alla quale dobbiamo ingiustamente dire addio. Per quanto riguarda le altre, beh, quella è tutta un’altra storia. Dalla eccessiva sessualizzazione di Tokyo, alla quale non viene concessa nemmeno mezza battuta scevra da cenni alla sua avvenenza, fino a Monica, che sembra passare da una relazione tossica all’altra con pochi lampi di consapevolezza. Nel mezzo c’è Rachele, l’ex ispettore nota come Lisbona, che ha letteralmente annullato i suoi valori e la sua personalità per un uomo. Alla fine di questi otto episodi, di loro allo spettatore rimane solo l’accostamento con una Maserati e una Seicento.

Non ne escono meglio gli uomini della serie. Chi più chi meno, incarnano tutti una visione stereotipata e patriarcale del mondo, in cui il potere e il controllo sono in mano loro, ordine di cose da ribadire con pugni, colpi di mitra e imprecazioni varie. A chi giova veramente tutto questo inutile machismo?

Il messaggio (mancante) nella serie

L’impressione, alla fine dei giochi, è che La Casa di Carta strizzi un occhio alla rivoluzione, ma in maniera populista, senza sapere dove vuole andare veramente a parare e che messaggio vuole trasmettere. Di che valori si fanno portatori i membri della banda? Le autorità sono brutte e cattive, mentono e torturano, ma in che modo questi umili proletari schiacciati dal capitalismo sono migliori di loro? Qual è la giustizia sociale che vuole promuovere un ladro? Interrogativi forse troppo profondi per gli sceneggiatori, che hanno preferito accontentarsi di maschere e canzoni per creare identificazione in un pubblico che non si pone domande.

Ma La Casa di Carta non è V per Vendetta, nonostante i sottili rimandi ad un film cult dotato di ben più sostanza, e gli spettatori se ne stanno rendendo conto. All’orizzonte non si intravede la parola fine (o almeno, questo lascia pensare il cliffhanger finale) e, continuando così, il rischio è davvero quello del “salto dello squalo“.

In conclusione, La Casa di Carta è ormai diventata un prodotto mainstream, un vero e proprio fenomeno di massa. Nei negozi si vendono maschere di Dalì e tute rosse e “Bella Ciao” è uscita dai centri sociali per finire sugli smartphone di tutti. Siamo sicuri, però, che dietro questi simpatici espedienti non si nasconda solo tanta fuffa?

Insomma, canta che ti passa. Forse.

1 COMMENT

  1. Concordo su tutto. Le prime stagioni erano belle e ben fatte perché erano qualcosa di nuovo, la tre e la quattro totalmente non necessarie, soprattutto con queste premesse. Tutti i personaggi sono scaduti nel ridicolo (escludendo forse Nairobi) ed eccessivamente noiosi tra love story improbabili e non avere più niente da dire, tipo Tokyo, che ormai fa solo la bella del gruppo, e Arturito che perché è ancora vivo non si sa. Ormai è una serie che ti intrattiene giusto per quelle quattro scene di azione, ma non certo da osannare come fanno molti.

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