Serial Must – Blackadder

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Si sa, le serie TV britanniche sono spesso a carattere storico, con una grande attenzione per il dettaglio e la cura della psicologia dei singoli personaggi. Finora, Downton Abbey, Pillars of the Earth, Parade’s End ci hanno restituito un quadro molto compito, molto patriottico del Regno Unito. Personaggi mossi da valori, ideali, spesso riservati e sobri, o battaglieri e fieri, come in Highlander. Con immancabili, non dimentichiamo, pedanteria, flemma e didachesi. Insomma, un concentrato di stereotipi, tutti ben fondati, sul popolo britannico. In alternativa, come in Penny Dreadful, i personaggi equivoci sono, in qualche modo, controbilanciati da una resa nostalgica delle epoche storiche nelle quali si ambientano le storie. Ma cosa succede quando Mr BeanMonty Python e l’essenza comune a tutte le serie storiche britanniche si tamponano tra di loro o giocano a rimpiattino tutti insieme? Anarchia? Sì. D’altronde, God Save the Queen può essere suonato sia dalle guardie di Buckingham Palace che dai Sex Pistols. Sto parlando di Blackadder, serie divenuta una dei simboli della cultura pop made in UK tra gli anni 1983 e 1989. In piena epoca thatcheriana, il Regno Unito si getta a capofitto in una crisi economica, militare, politica che ha gettato le basi del conflitto sociale che esiste tuttora. Ragionevole pensare che i britannici volessero ridere, di loro stessi e del potere in genere. Terreno fertile per la satira. Ed ecco che Richard Curtis (sceneggiatore di molti film icona della Gran Bretagna, quali Four Weddings and a FuneralBridget Jone’s Diary, Notting Hill, passando anche per la serie Mr Bean) e Rowan Atkinson si misero a tavolino a creare la prima serie di Blackadder, inizialmente pensata per una sola stagione. Ma procediamo con ordine.

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The Blackadder

Inghilterra, 1485. La serie imbastisce una trama sull’adagio “cosa sarebbe successo se, al posto dei Lancaster, fosse stata la casata degli York a vincere la Guerra delle Due Rose?”. Anzi, a dir la verità, non abbiamo Re Riccardo III come vincitore. In ogni caso, muore in battaglia. Ma perché scambiato per qualcun altro. E al suo posto si ha un altro degli York, uno dei pricipi nella torre, ora Riccardo IV, descritto come un iracondo omaccione, un bambinone cresciuto dedito ad ingozzarsi di pollo. Veri protagonisti della storia, tuttavia, sono il secondogenito di Re Riccardo IV, Edmund duca di Edimburgo, ed il suo fido scudiero Baldrick. Nonostante la sua goffaggine e gracilità fisica, Edmund ci viene dipinto come un’acqua cheta. Accidioso, invidioso, subdolo. Come c’è da aspettarselo, farà il possibile per crescere sempre più di rango con l’intento recondito di spodestare prima il fratello maggiore e poi il padre. Mettendosi alla testa di una improbabile fronda attentatrice, Edmund si fa soprannominare Blackadder, letteralmente “vipera nera”, il che ricalca a pennello sia la sua caratterizzazione psicologica, sia la sua voce, sibilante e stridula. Tutti i cliché sul Medioevo (stregoneria, rapporti tra Stato e Chiesa, Crociate) non vengono risparmiati, distorti sotto una lente anacronistica che sarà il filo conduttore delle serie successive. La stagione più pungente e meglio riuscita, forse proprio perché inizialmente pensata come unica, per cui racchiude in sé molti dei manierismi che saranno riprodotti nelle stagioni successive mantenendo però la sua causticità. Consiglio quindi di cominciare da questa, non tanto perché così le altre stagioni mantengono una loro logicità. In realtà, pur seguendo le gesta dei successori di Edmund e Boldrick, ogni stagione è a sé stante e può essere seguita indipendentemente dalle altre. Il mio consiglio è più che altro per ragioni di contenuti comici: è la chiave di volta per capire se questa serie faccia per voi o no. In caso positivo, potete gustarvi il meglio dell’effervescenza sarcastica targata Curtis-Atkinson. Anche se questo comporta, d’altra parte, il costruirsi delle aspettative alte per le altre tre stagioni, ma vale la pena correre il rischio.

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Blackadder II

Siamo nell’Inghilterra di Elisabetta I (1558-1605). Di solito i libri di storia ci parlano di quest’epoca come subissata da guerre e tensioni religiose, complotti e congiure di corte, grande fermento culturale, come le opere teatrali di Shakespeare e le disquisizioni filosofiche di Francis Bacon, solo per citarne alcuni. L’età elisabettiana, per l’appunto. Niente di tutto questo. La regina più famosa della storia d’Inghilterra è una bambina viziata, spesso annoiata, che ama calunniare e seviziare i suoi sottoposti, che fanno buon viso a cattivo gioco pur di partecipare al potere di luce riflessa. Qui troviamo i discendenti dei medioevali Edmund e Baldrick, alle dipendenze della regina. Questo Edmund elisabettiano è un Edmund 2.0. Non più goffo ed ingenuo, ma astuto, acuto. Baldrick, invece, per proprietà transitiva, è sempre più ingenuo e tardo di mente. Questa parabola seguirà la caratterizzazione degli altri Edmund e Baldrick presentati nelle stagioni successive. Sicuramente, l’effetto complessivo di questa stagione è assolutamente dissacrante, si colpisce un simbolo della cultura britannica. Tuttavia, ho trovato questa stagione meno convincente delle altre tre. Probabilmente, è solo una questione di gusti.

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Blackadder the Third

Inghilterra a cavallo tra il XVIII e il XIX secolo, piena epoca Regency, periodo di transizione tra l’età georgiana e quella vittoriana. Come in Blackadder II, anche qui viene impiegata la logica del contrappasso. Il futuro re Giorgio IV, Prince Regent, non ci viene descritto come un raffinato mecenate artistico, ma come un clamoroso imbecille, con nessun gusto o inclinazione intellettuale, interpretato da un Hugh Laurie non ancora salito sul podio di Doctor House. Qui il terzo Edmund è il cameriere di Prince Regent. A differenza del secondo Edmund, quest’ultimo ha perso i toni subdoli e gretti per rivestire, al contrario, un’intelligenza equilibrata. Come se tutta l’eleganza del Prince Regent si fosse trasferita in lui, forse per far passare il messaggio che il buon gusto non sempre si accompagna alla floridezza economica, della quale Edmund ne è totalmente sprovvisto. In realtà, non solo il Prince Regent è ridicolizzato, ma l’intera epoca Regency, basti pensare ad una puntata in cui due figuranti teatrali inconcludenti fanno capolino nel salotto del re (vedesi il video qui sotto), o ad un’altra in cui il più illustre studioso della lingua inglese cerca di ottenere il patrocinio economico del re, quando lo stesso Edmund potrebbe essere capace di sostituirlo. Altrettanto salace è la resa della Rivoluzione Francese e degli aristocratici francesi fuggiti nel Regno Unito.

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Blackadder Goes Fourth

Questa stagione ci offre un’altra epoca centrale nella storia del Regno Unito: la Prima Guerra Mondiale, considerata ancora più devastante della Seconda per il numero delle vittime perse in battaglia, di qui il costume di indossare un papavero (simbolo del sangue versato) all’occhiello della giacca il giorno della commemorazione delle vittime o Remembrance Day, l’11 Novembre. Invece di restituire un’agiografia del combattente inglese, impavido e di nobili ideali, questa stagione vuole prima di tutto far passare il messaggio che tutte le guerre sono stupide, combattenti e, soprattutto, alti ufficiali compresi. Il quarto Edmund è un capitano alloggiato in una trincea del fronte occidentale, pronto a qualsiasi espediente pur di non faticare e combattere. Ci tiene particolarmente alla sua pellaccia. Insieme a lui troviamo l’immancabile Baldrick, sempre più sporco e dalle abitudini culinarie disgustose (che prevedono l’utilizzo dei ratti), un tenente dagli alti ideali edwardiani, quindi principalmente artistici, ma, proprio per questo, assolutamente mediocre, impersonato da Hugh Laurie. Intanto, il baffuto generale Melchett e il suo assistente, il capitano Kevin Darling (ovviamente, non si risparmiano i doppi sensi sul suo cognome), dirigono, per così dire, i combattimenti dal loro quartiere generale situato in un castello francese, rimarcando così il paradosso e l’ipocrisia delle menti belliche, sempre pronte a passare all’azione sulla pelle degli altri. Rispetto alle stagioni precedenti, la tinta è decisamente quella dell’humour nero, pur conservando quell’ingenuità propria del format.

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Résumé

La struttura narrativa è sempre la stessa: Edmund vuole ottenere o scampare da qualcosa attraverso il sotterfugio, e il fido Baldrick propone un “cunning plan” improbabile e disastroso. Ciò che cambia sempre è l’adattamento rispetto alle epoche storiche, il diverso modo in cui le si caricaturizzano, oltre ovviamente alle batture e ai guizzi istrionici. Se siete interessati a farvi un’idea della comicità di Blackadder, qui c’è la lista delle migliori battute/insulti di Blackadder secondo Metro. È una comicità spiccatamente britannica, quindi molto diversa dalla nostra e, soprattutto, molto lontana dagli stereotipi che si hanno comunemente dell’humour inglese. La caratteristica principale è l’auto-ironia, così come un sarcasmo leggero, che ci svela l’altro lato, meno conosciuto, dei britannici: il loro orgoglio ammantato di una certa ottusità (l’altra faccia della medaglia della perseveranza). Blackadder è quindi un gigantesco Carnevale nel quale tutti i simboli della gloria storica inglese vengono fatti a pezzi. Una serie alla quale non rinunciare per capire meglio il paese della wrong side of the road. Se siete incuriositi e volete saperne di più, c’è sempre questo sito per gli aficionados.

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Curiosità

Nel 1999, la BBC decise di fare una puntata speciale, nella quale l’ultimo discendente dei Blackadder compie un viaggio nel tempo insieme a Baldrick per collezionare degli oggetti storici e rendere così testimonianza della gloria del suo casato. Purtroppo, lo spirito della serie è qui completamente stravolto in favore di una vuota ripetitività e due camei con Colin Firth e Kate Moss. Cercare di riprendere i fasti di una serie passata non sempre paga.

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