Serial Must – The Hour BBC

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Una serie molto promettente, peccato che sia stata cancellata dopo la seconda stagione e con un finale che, come minimo, scatena una crisi isterica o depressiva (dipende dal temperamento) negli spettatori. Tuttavia, me ne sono innamorata e cerco di diffondere il verbo, perciò eccomi qua! The Hour ci porta nel mondo del giornalismo televisivo inglese degli anni Cinquanta. Da guardare con un té fumante in mano, meglio ancora se fuori piove o è inverno. La cosa che per prima spicca è il personaggio principale, Frederick (Freddie) Lyon, interpretato da Ben Whishaw, una celebrità nel Regno Unito, meno conosciuto altrove.

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La primissima scena si imprime nella memoria e cattura immediatamente l’attenzione: un primo piano di Freddie, mentre sta ripetendo a voce alta un intervento giornalistico, lo sguardo sfuggente e al tempo stesso molto penetrante e acuto, la matita e il block notes in mano, che agita avanti e indietro al ritmo dei suoi pensieri. Freddie è un personaggio molto complesso: ambizioso, ma al tempo stesso guidato da una morale ascetica, di tipo deontologico nello svolgere il suo lavoro. Quello che gli interessa è la verità a tutti i costi: “I am not afraid by the answers”. Questa incoscienza è un’arma in più nelle mani di Freddie, capacissimo di individuare le notizie che contano, sulle quali indagare, quali domande fare e quando farle. Quest’indubbio talento lo assorbe in modo esclusivo, e questo significa vivere una vita sacrificata rispetto al resto. Come gli dice una sua collega più anziana, Lix Storm (Anna Chancellor), verso la fine della serie, è giovane e si lascia scivolare le occasioni tra le dita. Almeno una volta nella vita ci siamo sentiti come Freddie, che nella sua parte di anti-eroe, di esile e modesto ragazzo, ma mosso da un fuoco interiore, scatena immediatamente un meccanismo di forte empatia nello spettatore.

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Un’altra caratteristica che aleggia sempre nell’aria della serie è, per l’appunto, la mancanza di tempismo, la difficoltà di esprimere i propri sentimenti e di agire nel momento opportuno, che fa da contro-altare ad una ricerca minuziosa, alla rincorsa delle notizie. C’è una lei, la sua migliore amica, Isabel (Bel) Rowley (Romola Garai), una giovane donna mossa anch’essa dall’intraprendenza, ma che molte volte farà fatica a conciliare le sue aspirazioni professionali con il fatto di essere una donna in un mondo fondamentalmente maschilista, per di più negli anni Cinquanta, quando la donna la si immaginava al focolare domestico invece che alla ribalta. Bel non è come Lix, una personalità molto forte e indipendente, incurante dell’opinione degli altri e coraggiosa al punto da assumere ruoli e atteggiamenti mascolini: no, la nostra Bel è un’inguaribile indecisa, fondamentalmente insicura, anche se cerca di nasconderlo. L’amicizia quasi simbiotica con Freddie è una bolla nella quale si sente protetta: la mente brillante e curiosa di lui la rende più audace. I due si completano ed è abbastanza ovvio per lo spettatore che quest’amicizia molto speciale in realtà nasconde un lato molto sentimentale, romantico: la mancanza di tempismo investe, infatti, la sfera affettiva. Un rapporto, quello tra Bel e Freddie, che si nutre delle riflessioni distorte dei due: Freddie si fa da parte quando il conduttore televisivo, l’aitante e sbruffone Hector Madden (Domic West), la quintessenza della mascolinità di quel periodo, mette gli occhi su Bel, la quale, da parte sua, credendo che Freddie la veda solo come un’amica, si butta a capofitto nella relazione con Hector, anche se più di una volta è rosa dal senso di colpa rispetto alle aspettative professionali che gli altri del gruppo ripongono su di lei, produttrice del programma The Hour.

The Hour

Parlavamo di tempismo: il tempo è un piano fondamentale come chiave di lettura della serie, delle cose sottaciute e lasciate trapelare a poco a poco. Infuria la crisi per il Canale di Suez, e con essa le pressioni da parte dei piani più alti per offrire una versione edulcorata dei fatti. Nel frattempo, Freddie, su richiesta della figlia di un membro della Camera dei Lord, indaga sull’omicidio di un professore di un college, Peter Darrall, al quale si somma l’apparente suicidio della ragazza, Ruth Elms. Inevitabilmente, le indagini di Freddie portano sulla pista dell’Unione Sovietica, di cui Darrall si rivela esserne una spia. La vicenda si dipana in modo avvincente, lo spettatore è portato ad esaurire in poco tempo la stagione, travolto dai colpi di scena e dall’ambientazione della Guerra Fredda, senza che questa risulti troppo didascalica e pesante rispetto all’intreccio. Intanto, Fred, persa ogni speranza di dichiararsi a Bel, intraprende un viaggio per l’America e l’Europa, mentre Bel si trova a rimpiangerlo, mentre la relazione con Hector naufraga, rivelandosi per quello che è: un bluff. La seconda stagione si apre con un Freddie diverso, ancora più eccentrico e con al fianco una moglie francese (creando grande scandalo tra la redazione) conosciuta durante il viaggio: non ricevendo nessuna risposta da Bel alle sue lettere, Freddie decide di rifarsi una vita.

The Hour

Gli scandali politici, che ci restituiscono una Gran Bretagna tutt’altro che immacolata, non si fanno attendere, questa volta coinvolgendo un night club gestito da un italiano senza alcuno scrupolo, Mr Valente. Ragazze giovani e carine che sanno troppo. Violenza e gusto per il sordido completano l’opera. Questa stagione è meno cristallina rispetto alla prima, ma non per questo priva di fascino: il viaggio a ritroso negli intrecci loschi dell’Inghilterra apparentemente perbenista è anche una metafora del lavoro catartico che si opera sui non detti tra Bel e Freddie, sulla loro relazione-nonrelazione. Inutile dire che anche qui la mancanza di tempismo continua a complicare la matassa, ma non aggiungo altro per non rovinare la visione a chi si è convinto di prendere in mano questa serie, assolutamente ben fatta e inspiegabilmente (e ingiustamente) cancellata dalla BBC.

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