True Blood – Elogio nostalgico ai suoi sexy vampiri e al suo splatter a iosa

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Fino a qualche anno fa, al termine della consueta stagione di Game of Thrones, il canale must della serialità più adulta e impegnata ha mandato in onda una serie TV che ci ha tenuto compagnia per sette lunghe calde estati.
Una serie sui vampiri, per la precisione.
No, non storcete subito il naso e non vi barricate dietro gli stereotipi che fino a qualche anno fa hanno infarcito tutti i prodotti dedicati a questa particolare sfumatura del genere sovrannaturale.
Dimenticatevi dei vampiri sbrilluccicosi ricoperti di porporina di Twilight, dimenticatevi del fascino macabro ed elegante del Conte Dracula di Bela Lugosi o del romanticismo a volte strabordante di Gary Oldman, protagonista del film di Coppola.
Azzerate tutto ciò che vi hanno propinato sull’argomento, perché qua i vampiri fanno sul serio, oltre che terrorizzare le notti dei comuni mortali e riposare nelle bare di giorno lontano dalla luce del sole.

Trasmessa tra il 2008 e il 2014 dal canale HBO, True Blood è la brillante creatura di Alan Ball, il quale vanta nel suo curriculum l’Oscar alla miglior sceneggiatura per American Beauty e la creazione di un altro acclamato capolavoro, Six Feet Under.

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La serie conta 7 stagioni, un totale di 80 episodi e la consapevolezza di aver ridato vigore al genere gotico e horror, restituendo a queste leggendarie creature, che da sempre hanno popolato incubi e fantasia di milioni di persone nel mondo, un nuovo tocco di sensualità e sfacciataggine che non guasta affatto con l’alone di fascino e crudeltà con cui da sempre vengono dipinti dagli scrittori da ormai diversi secoli, tralasciando ovviamente eccezionali storpiature.

True Blood prende le mosse dai romanzi della scrittrice statunitense Charlaine Harris, Ciclo di Sookie Stackhouse, ma se ne discosta subito, prendendo una strada tutta sua, dando inoltre ampio spazio anche a personaggi che nella saga letteraria restano più ai margini.

Ambientata nella fittizia cittadina di Bon Temps, nella Louisiana, la serie segue le vicende di una cameriera telepate, Sookie Stackhouse (Anna Paquin), che entra in contatto con il mondo sovrannaturale grazie alla storia d’amore che intreccia fin da subito con il vampiro centenario Boring Bill Compton (Stephen Moyer).

Il punto di avvio da cui si sviluppa l’intera storia è molto semplice e lineare, ma viene arricchito da un singolarissimo elemento, mai inserito all’interno di show con protagonisti dei vampiri, il quale ha permesso di dare il via ad importanti risvolti a livello di trama profonda e socialmente impegnata in temi di attualità.
Nello specifico, il riferimento è legato alla condizione di pacifica convivenza a cui sono giunti essere umani e vampiri, grazie alla messa in commercio dell’invenzione rivoluzionaria di una ditta farmaceutica giapponese, chiamata Tru Blood, la quale consiste nella creazione in laboratorio di sangue sintetico in grado di sostituirsi a quello umano e soddisfare così appieno tutti i bisogni nutrizionali dei vampiri.
Una convivenza che però non è facile da perpetuare e mantenere costante e ciò darà vita a contrasti frequenti e continui tra le comunità umane e quelle dei vampiri, queste ultime organizzatesi in vere e proprie monarchie governate da un unico vampiro definito come Re o Regina e suddivise in Aree controllare da uno sceriffo.
Convivenza tra razze diverse, fedeli e devote a proprie leggi, pratiche e riti, strizza fortemente l’occhio a diverse situazioni legate alla vita sociale, politica e religiosa che si sono trovati ad affrontare specialmente gli Stati Sud degli Stati Uniti.

Accanto a Sookie e Bill ruotano diversi personaggi secondari, alcuni dei quali sono riusciti a ritagliarsi uno spazio e un’importanza sempre maggiore, passando da essere semplici comparse occasionali a veri e propri protagonisti amati da tutto il pubblico senza remore.
Nel caso specifico, il riferimento vola immediato ad Eric Northman (Alexander Skarsgård), il millenario sceriffo dell’Area 5 proprietario del bar Fangtasia, e della sua amatissima progenie Pam Swynford De Beaufort (Kristin Bauer). Ma questa condizione la si può estendere anche ad altri personaggi, quali Jason Stackhouse (Ryan Kwanten), fratello di Sookie, Jessica Hamby (Deborah Ann Woll), progenie di Bill, Lafayette Reynolds (Nelsan Ellis), cuoco della tavola calda in cui lavora anche Sookie, e Alcide Heveraux (Joe Manganiello), lupo mannaro inviato da Eric in aiuto di Sookie.

True Blood è un universo complesso, ricco e denso di dettagli, portatore di una terminologia specifica propria come Epatite V, Fangbanger, Progenie, Vera Morte, a cui si mescolano inoltre pratiche religiose cristiane, antichi culti pagani, mitologia millenaria, riti sciamani e occulti che contribuiscono a rendere il prodotto adatto a palati raffinati e adulti, in grado di cogliere le sottili denunce sociali, politiche e religiose insinuate tra una storyline e l’altra.
Una novità assoluta, quest’ultima, inserita in special modo all’interno di uno show fantasy/sovrannaturale, genere che solitamente viene investito del mero compito di intrattenere il telespettatore.

La mancanza di pudore è l’altro filo rosso dell’intero show, quello che ha contribuito, in special modo, a riportare in auge la figura mitologica del vampiro in particolare, e di licantropi, mutaforma, fate, streghe, pantere mannare in generale.
No al pudore quindi e tale mancanza ha contribuito a far proliferare numerosissime scene di nudo – infrangendo in questo modo il tabù riguardante il sesso volgare, spinto e palesemente esplicito – linguaggio scurrile e senza peli sulla lingua e scene splatterosissime.

(It’s okay to choose them both, Sookie)

Serie brillante e spinta che ha riportato agli antichi splendori leggendarie creature mitologiche che nel corso degli anni sono state snaturate della violenza e brutalità connaturate naturalmente alla loro indole, True Blood non si è sempre mostrata all’altezza della situazione del canale di trasmissione, da sempre sinonimo di prodotto di alta qualità.

Spremuto fino all’osso dagli autori e dalla stessa HBO e surclassato col tempo da altri prodotti – Game of Thrones in particolare – sui quali si è preferito investire maggiormente, lo show ha alternato stagioni brillanti, prepotenti arricciamenti di naso, ritorno sui giusti binari, debolezza e svaccamento finali, ai quali è da aggiungere la perdita di interesse per diversi personaggi con grandissimo potenziale, abbandonati a loro stessi o arrivati a terminare il loro percorso nello show in vacca (perdonami Maryann!) – il riferimento a Russell Edgington (Denis O’Hare) non è affatto casuale.

Nonostante le montagne russe tra alti e bassi, tra scivoloni, risalite, castronerie, noia, interesse, divertimento e momenti di altissima televisione (I Will Rise Up è rimasto nel cuore di tutti i fan ed è riconosciuto, hands down, come miglior episodio dell’intera serie) che in 7 anni lo show ha saputo regalare ai suoi Trubies, True Blood è una splatterosissima zozzeria altamente godibile che, a distanza di due anni dalla debole e strascicata fine, manca moltissimo a tutti, a me in primis poiché sostanzialmente sono una nostalgica del cacchio.

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