True Detective – Perché la seconda stagione non ha funzionato

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Quando lo sceneggiatore/regista Jean-Pierre Melville commenta il suo magistrale neo-noir del 1968, Le Samourai, dice: “non sono interessato al realismo. Tutti i miei film si imperniano sul fantastico (…) Un film è innanzitutto e soprattutto un sogno”. La stessa filosofia anima True Detective, ma lo sceneggiatore Nic Pizzolatto ha calcato un po’ troppo la mano in questa seconda stagione, disegnando personaggi il cui panorama emozionale mancava di profondità o comunque un filo conduttore (ad eccezione dei problemi inerenti alla paternità). True Detective è il più chiaro esempio della vuotezza del noir moderno: un vendicativo, egocentrico uomo bianco; razzismo casuale; violenza senza né grazia né scopo; confondere il cliché della donna forte per un qualcosa di ricolmo di significato; mancanza di uno humor leggero; una trama labirintica senza brio. A conti fatti, è una parodia mancante della sincerità necessaria a trasmettere il suo significato centrale e pulsante. Per quanto sarebbe facile imputare il tutto all’ego esagerato del creatore, True Detective è indicativo di un problema più ampio: il noir moderno si è atrofizzato.
L’influenza del noir continua a proiettare una lunga ombra, che si riflette a livello critico in acclamati show televisivi e nel lavoro cinematografico di autori come Rian Johnson (Brick), Christopher Nolan (Memento), e Nicolas Winding Refn (Drive). Ma il più grande blocco del noir moderno è che questo appare preoccupato dei soli elementi più superficiali del genere: dialoghi stringati, luci soffuse ed un interesse per la criminalità. Dato il responso critico a questa stagione di True Detective, Nic Pizzolatto è un bersaglio facile. Ma film e show ben più amati hanno replicato il medesimo fraintendimento del genere. Per esaminare come il noir sia potuto arrivare a questo punto, dobbiamo capire da dov’è partito.
Nei primi anni Quaranta, il noir è cominciato come un movimento generatosi da una molteplicità di fattori: il cambiamento di genere e di razza in America durante e dopo la seconda guerra mondiale, l’influenza espressionista di registi rifugiati come Billy Wilder e l’economia del sistema degli studios. Per citare City of Nets di Otto Friedrich: “Alla Warner, studio così frugale da essere chiamato San Quentin da alcuni dipendenti, girare un film nell’oscurità malinconica e nella pioggia mira a celare l’economicità dell’ambientazione” (senza ombra di dubbio la Warner Bros ci ha dato il primissimo noir nel 1941 con The Maltese Falcon, nel quale appariva Humphrey Bogart). Negli anni Quaranta e Cinquanta, film come Ace in the Hole e The Strange Love of Martha Ivers hanno deviato senza clemenza il sogno americano e messo a nudo le contraddizioni e debolezze della psicologia americana. Ha rimosso la maschera di uomini e donne moderne rivelandone gli orrori sottostanti, sfidando nozioni di genere, razza e desiderio.
Il noir si è velocemente consolidato come genere a se stante con una serie di costanti stilistiche (voce fuoricampo, forte contrasto di luci, dialoghi poetici e ritmici), tematiche (esistenzialismo, libero arbitrio, appartenenza politica, paura dell’altro, uomini bianchi che conquistano o perdono potere, ossessione per il passato, paura del futuro), narrative (una trama temporalmente non lineare) e archetipi caratteriali (detective, donne fatali, criminali, persone ai confini della società), il tutto solitamente in un’ambientazione urbana. La sua elasticità è la sua forza, ma lo rende anche difficile da definire. Sai che lo è quando lo vedi. A parte per il tema, queste caratteristiche possono essere sottili o quasi non esistenti, motivo per cui film decisamente differenti come In a Lonely Place, L.A. Confidential e The Letter possono essere definiti noir.
Può cambiare, andando da una volgarità popolare ad uno stridente realismo, ma nel suo cuore il noir rimane un genere politico.
La paura dell’ “altro” è di cruciale importanza nel noir e si è originata dalle nuove tensioni nell’America post seconda guerra mondiale. La Paura Rossa e la lista nera di Hollywood avevano instillato un senso di paranoia ed ambiguità tradottisi poi in uno dei più importanti e presenti motifs del genere: non bisogna fidarsi di nessuno, nemmeno di se stessi. Questo si è concretizzato in una serie di noi: Joan Crawford in Mildred Pierce che si tira fuori dalla povertà senza mai accontentare la figlia cattiva; Humphrey Bogart e Lauren Bacall che ballano attorno al loro reciproco affetto a Martinique mentre aiutano la resistenza francese in To Have and Have Not; Sidney Poitier che interpreta un dottore che cura persone che lo odiano per il suo essere di colore in No Way Out; o Barbara Stanwyck e Fred MacMurray, amanti condannati legati da un progetto di omicidio e lussuria fatalistica, nel tentativo di raggiungere la loro versione del sogno americano in Double Indemnity.
Ma, negli anni Sessanta, la lotta per i diritti civili, la seconda ondata di femminismo e la caduta del sistema delle case cinematografiche crearono un panorama politico decisamente più bianco e nero, plasmando un’epoca quasi completamente priva di noir. Arrivando agli anni Ottanta, la presidenza di Reagan creò un’atmosfera tale che la linea di demarcazione fra cattivi ed eroi era ben chiara. Il noir divenne sempre più autoriflessivo e metatestuale, perdendo la sua ambiguità e accontentandosi di commentare il genere in sé piuttosto che il panorama culturale, vedasi Pulp Fiction.
Quando guardo Nightcrawler (2014), lo scarno e predatore Lou Bloom interpretato da Jake Gyllenhaal mi ricorda un film simile degli anni Cinquanta su di un uomo dalla battuta pronta, lacero nell’industria dei media, pronto a fare di tutto per arrivare in cima: Ace in the Hole. Il film di Billy Wilder è consapevole che per far funzionare il sogno americano è necessario che i corpi e le vite delle persone di colore e delle donne vengano sfruttati e spezzati. I registi sono consci di questa dinamica ma appaiono più interessati a rappresentare il marcio di questo sogno piuttosto che a criticarlo. Ci si diverte troppo a guardare il cattivo principale sfruttare senza impedimenti altri per sprecare tempo a concentrarsi su come sia possibile che una cosa del genere accada.
Ma tutto questo non diventerà completamente noir fino agli Ottanta e Novanta. Ci sono state diverse entrate ammirevoli nel corpus canonico, inclusi The Grifters, Bound e Mulholland Drive. Questa stagione di True Detective è stata in larga parte influenzata da Lynch, i cui lavori (da Mulholland a Twin Peaks) sono a tutti gli effetti catalogabili come noir in quanto sensibili all’appartenenza politica e al fallimento della famiglia nucleare. Hanno creato uno stile fresco ed onirico che allude al passato ma non è in debito nei suoi confronti. Tuttavia Pizzolatto ha fallito nell’immettere un qualsiasi eco di ciò nella sua esplorazione della paternità e del retaggio di True Detective, tipizzando un problema presente nel noir da ormai un ventennio: non c’è stato niente di nuovo da dire, dato che ci si è dimenticati che quello che ha reso questo genere così potente è innanzitutto il modo in cui sono stilisticamente espressi gli umori e le paure dell’America contemporanea. Il suo ruolo di genere che solletica la coscienza americana implica che la sua prospettiva debba rifluire e scorrere in base all’attuale clima politico, artistico e culturale.
I cambiamenti del noir sono riconducibili in parte ad una singola domanda: di chi è la storia di cui si tratta? L’immagine dominante nel noir ad oggi vede una fantasia di potere dell’uomo bianco, mentre l’immagine femminile prevalente è passata da una donna complessa e contraddittoria, a suo agio con la propria sessualità, ad una figura schietta, la cui forze e mascolinità sono da ricondursi a passati traumi sessuali. Show come The Killing, Top of the Lake ed ora True Detective replicano la stessa formula. Queste donne detective sono bianche, capaci e tagliate con l’accetta. Hanno degli immensi complessi nei confronti di sessualità e maternità, assieme ad una serie di problematiche con la figura paterna. Oltre al loro genuino interesse nei confronti delle donne per la cui giustizia si battono, non sono affatto diverse dalle loro controparti maschili, il che implica che i loro creatori non si siano sforzati più di tanto creativamente. E quello che abbiamo perso nel cammino è una delle più forti e sentite rappresentazioni dell’ipocrisia del sogno americano: la donna fatale.
Per virtù del suo stesso sesso, ella ha delle scelte limitate. La sua ricerca di uomini ricchi va oltre l’avidità, poiché i soldi non sono mai semplicemente soldi nella cultura americana. Rappresentano l’abilità tramite cui costruire la propria storia, dà alle donne il potere che la società spesso preclude loro. Cosa è più importante nel sogno americano che i mezzi per la definizione del proprio futuro? Film come Clash by Night, Sudden Fear e l’intera opera di Gloria Grahame scavano nel profondo del sogno Americano dimostrando che questo non include prosperità né per le donne né per le persone di colore. La donna fatale è spesso categorizzata in maniera semplicistica, come vergine o prostituta. Ci si dimentica che è lei a condurre il gioco, spesso avendo il ruolo più attivo nel film e dimostrando di avere ansie e sogni solo suoi. Infine, non può forse essere vista come una fantasia di potere femminile ed un incubo maschile?
Questo non significa che il noir fra gli anni Quaranta e Cinquanta sia esente da colpe. Data la totale produzione di case cinematografiche, cattivi film erano inevitabili. E se il codice di produzione che imponeva standard morali forzava i registi a sottendere gli aspetti più luridi, violenti e sessuali (creando una tensione a dir poco deliziosa), ciò implicava anche che i personaggi meravigliosamente più complessi dovessero morire per questioni di decenza. Mentre Hollywood è ancora patetica nel trattare donne e persone di colore, c’è stato un qualche progresso.
Ma il noir può progredire ulteriormente. È il momento perfetto affinchè questo genere affondi i suoi denti nel malessere sociale: l’America è stata costruita su di un crimine e questo è evidente in modo scioccante. I generi e la sessualità stanno venendo ridefiniti, le persone di colore vengono abusate dagli stessi ufficiali di polizia che dovrebbero proteggerle, l’accesso alla tecnologia e al sapere ci hanno solo reso più paranoici. Abbiamo bisogno di più personaggi, ambientazioni e voci che mettano in scena cosa vuol dire essere l’ “altro” piuttosto che la riflessiva scelta dei più vuoti traslati del genere. Invece che voltare le spalle alle ombre dell’America moderna, con il noir registi e critici possono guardare più in profondità.

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